Spedizione Islanda 2024
Un'altra Islanda, in fuoristrada nel deserto di lava.

Sognavo di andare in Islanda sin da quando ero all’universita,’ piu di 30 anni fa. Era per me il simbolo della terra selvaggia. Non ci andava praticamente nessuno e pochissimi osavano avventurarsi nel remoto quanto inaccessibile deserto interno.
Adesso e’ tutto cambiato e l’Islanda e’ una meta molto ambita da turisti e viaggiatori che si accalcano numerosissimi intorno ai luoghi iconici, cascate, geyser, spiagge dalla sabbia nera, tutti posti raggiungibili con l’unica strada asfaltata che circumnaviga l’isola e che la maggior parte di chi viene da queste parti percorrere. Ma l’interno dell’isola, dove risiede, a mio avviso, la vera essenza di questa terra, e’ difficile da penetrare. Un luogo incontaminato e primordiale, fatto di deserti di lava sconfinati, di canyon, di torrenti a volte impetuosi, di ghiacciai, di formazioni rocciose tali da far sembrare di essere sulla luna o su Marte.
Quest’Islanda esiste e direi anche, per fortuna, non è facilmente raggiungibile a meno che non si disponga di mezzi fuoristrada altamente specializzati, di attrezzature da campeggio serie, di scorte alimentari e di benzina per essere autosufficienti per vari giorni. Ma soprattutto della volontà di affrontare un clima sempre mutevole e a volte estremo nonche’ disagi ambientali non indifferenti. Bisogna saper guidare su terreni impervi e guadare fiumi a volte capricciosi, ma il sacrificio ripaga ampiamente di tutte le fatiche.
Ho condiviso il mio sogno con Antonio, cosi abbiamo preparato la Toyota Landcruiser e siamo partiti all’avventura. Durante quasi tre mesi abbiamo esplorando ogni pista perche sognavamo di tornare e condividere l’esperienza con un gruppetto di fotografi, per cui dovevamo prepararci per organizzare una vera e propria spedizione.
E finalmente il sogno si avvera. Quest’estate, dopo un lungo viaggio, dall’italia ci vuole circa una settimana per raggiungerla con il proprio mezzo fuoristrada, torniamo in Islanda. Dopo aver accolto i nostri fotografi, giunti in aereo, all’aeroporto di Rekiavik ci dirigiamo senza perdere tempo verso il deserto nero ai piedi del grande ghiacciao Vatnajokull. Qui non si incontra nessuno a parte qualche islandese, grandi appassionati di pesca, che girovagano tra gli infiniti laghetti disseminati tra distese di lava e coni vulcanici. Sono gente riservata e schiva, ma basta un attimo e si stabilisce un contatto dal cuore. Brendiza, che trascorre i mesi estivi qui in un piccolo cottage per la pesca alla trota, mi abbraccia e con gli occhi umidi mi chiede di non dire a nessuno dove ci troviamo perche’, mi confida, “non vogliamo essere invasi dai turisti, vogliamo mantenere questo luogo tranquillo, solo per noi”. Non faccio fatica a promettergli che manterro’ segreta questa terra di laghi e vulcani. Il silenzio e il senso di spazio, il quasi “vuoto” paesaggistico, l’assenza di sovraccarico visivo stimola l’introspezione e l’immaginazione.
Qui la creativita’ puo davvero espandersi e crescere. Dopo una lunga giornata di esplorazione fotografica, arriva finalmente la serata al campo, dove siamo solo noi, tre tendine perse nello sconfinato susseguirsi di montagne e deserto. Le risate tutti insieme nel tendone da campo, davanti ad un piatto fumante di spaghetti alla Granseola (il granchio veneziano), cucinati con passione da Antonio, che oltre che fotografo e pilota di fuoristrada, ha recentemente manifestato interesse anche per l’arte culinaria. E non puo mancare una buona bottiglia di vino toscano!
Poi e’ il turno delle montagne rosse di Landmannalaugar che pero’, per i nostri gusti, sono oramai troppo turistiche, cosi ci defiliamo sulle pendici dell’Ekla, il vulcano piu insidioso di tutta l’Islanda. Scendiamo sulla F210, che forse e’ la pista piu bella di tutta l’isola, ma le previsioni meteo danno l’allerta e cosi dobbiamo ripiegare altrove.
Nonostante siamo attrezzati con tutte gli accorgimenti tecnici tra cui verricello, snorkel, gomme rialzate, piastre, tende altamente tecnologiche sacchi a pelo polari, affrontiamo anche prove quali venti oltre 70 km all’ora che ci obbligano a smontare il campo e rifugiarci in una struttura locale fino alla fine della tempesta. A causa delle piogge alcune piste diventano impassabili, spingendoci a cercare itinerari alternativi. Cosi scopriamo che la pista F 261 e’ un altro gioiellino nascosto alle spalle del ghiacciaio Myrdalsjokull. E’ un continuo creare e ricreare percorsi, tra insabbiamenti e tratti che vengono chiusi a causa di fiumi impassabili o addirittura di nevicate improvvise. Ma tutto questo rende ancora più attraente l’avventura. Abbiamo condiviso ogni istante, tutti insieme per montare e smontare le tende senza farcele portare via dal vento, chiuso gli occhi lungo una salita un po ripida, fatto dietrofront davanti a un fiume troppo gonfio d’acqua.
Abbiamo vissuto il senso di unione con il gruppo che si muove insieme, collaborando per un fine comune. Tesi nel desiderio di superare gli ostacoli per il privilegio di mettere nei propri scatti, tutte le forti emozioni che paesaggi selvaggi e prove superate assieme regalano. Come Antonio non ha mai smesso di spronarci, a mettere noi stessi, il nostro sentire dentro le foto, che altrimenti rimangono solo belle immagini destinate a essere presto dimenticate. Non e stato facile salutarci dopo dodici giorni passati sempre insieme, ma questa e’ la bellezza di questa spedizione, e’ cosi che la volevamo. Abbracci stretti e la voglia di ripartire ancora insieme in futuro.
Domenica
Lunedi
Martedì
Mercoledì
Giovedi
Venerdì
Sabato
Gennaio
Febbraio
Marzo
Aprile
Può
Giugno
luglio
Agosto
Settembre
Ottobre
Novembre
Dicembre
Alla fine è la cosa che mi ha colpito di più... sei talmente immerso nella natura selvaggia che non è solo un viaggio alla ricerca di immagini perché vieni "circondato" da tante altre sensazioni, non è una cosa che ho provato in altri viaggi, nemmeno con Antonio.
E' il luogo che è diverso e di sicuro la modalità di viaggio in tenda che mi ha portato a "sentire" il viaggio a 360 gradi, con tutti i sensi.
Che bello...